La vita della montagna

Amo la montagna, ma non con quella dedizione assidua che tanti sanno donarle. Spesso la abbandono, me ne dimentico per mesi, salvo poi magari sognarla all'improvviso. Allora mi prende una smania di rivederla, di percorrerne di nuovo il corpo, di bere il suo silenzio. E' una passione ipocrita: gli amanti infedeli ripagano la loro superficialità esagerando la temperatura degli sporadici episodi d'affetto.
Ero arrivato poco oltre Venzone, e avevo parcheggiato la macchina sul finire della strada che si inoltra nella val Venzonassa. C'erano nuvole nel cielo, nuvole brutte, quelle che ti minacciano come lupi: stai entrando nel nostro territorio, torna indietro, o saranno guai.
Ma era la mia domenica, la domenica in cui avevo voglia della montagna, e benchè i segni fossero palesi, scelsi di ignorarli: l'amore è cieco. Presi lo zaino ed iniziai a risalire il sentiero, tornante dopo tornante, oltre il bosco, e poi tagliando attraverso i pascoli, fino alle radici della montagna, dove la roccia si stacca dalla terra, gridando verso il cielo. Allora iniziò a piovere, ma io, come un folle, continuai a salire, arrampicandomi fra i massi accatastati alla rinfusa d'un canalone che tagliava la montagna fin quasi a lambirne la cima.
Ben presto la minaccia si mutò in violenza concreta, ed iniziarono a cadere grosse e nere gocce di pioggia, sputate con rancore; pochi secondi dopo il cielo si spezzò, e la pioggia divenne una rumorosa valanga d'acqua, un peso che schiacciava al suolo. Mi accorsi che assieme all'acqua ed ai fulmini ora cadevano anche rocce, come se le nuvole le stessero staccando dalle pareti, per scagliarle contro di me. Cercai di proteggermi la testa con le mani, pur sapendo quanto un simile scudo fosse inutile contro una forza così pesante. Fu allora che notai che anche le pietre sul suolo avevano iniziato a muoversi. In genere non lo fanno quando c'è un uomo che le guarda, ma evidentemente mi davano già per spacciato, e non avevano più alcun riguardo per la mia presenza: i morti non possono svelare segreti.
La gravità non c'entrava nulla, le rocce si muovevano di loro volontà. Nessuno mi ha creduto; anche negli occhi di coloro che fingevano di ascoltarmi riuscivo a scorgere l'ombra della derisione. "Avrai battuto la testa, o ti sarà scoppiato un fulmine vicino."
Ma invece non c'è niente di strano: l'ho capito solo dopo averlo visto, ma a pensarci bene è una cosa naturale. Quando un cacciatore sorprende la volpe, questa può trasformarsi in un tronco, o in un mucchio di foglie secche. Il topo si muta in un sassolino per sfuggire allo sguardo vorace del falco, e la cincia si fa simile alla corteccia, svanendo nel tronco dell'albero. In autunno ho persino visto usignoli volare imitando la caduta di una foglia secca dal ramo. Quando viene sorpresa dallo sguardo, insomma, la vita si ferma e finge d'essere inanimata. Quando camminiamo in un bosco, chissà quanti animali incrociamo senza accorgercene, perchè sono travestiti da sassi, funghi o radici!
Le rocce si muovevano, e mi guardavano. Non avevano occhi, ma macchie scure, eppure capivano che mi stavano osservando, e pure con una certa curiosità. Le sentii anche parlare fra loro, ma non capii cosa dicevano, perchè il loro linguaggio è fatto di suoni secchi e duri, come un vecchio che tosse.
Parlavano e si muovevano in tutta tranquillità, perchè sapevano che quelli erano i miei ultimi minuti: presto una loro compagna mi sarebbe saltata addosso dalle sponde della cima, e di me non sarebbe allora rimasta che una macchia rossa fra quegli angoli grigi.
Ma le ho fregate, la mia buona sorte ha sconfitto la collera della montagna. Non mi ricordo i dettagli: forse camminando o forse cadendo, ma in qualche modo sono arrivato quasi fino alla valle. Lì un elicottero della protezione civile mi ha raccolto, e mi sono risvegliato tre giorni dopo, nell'ospedale di Gemona. Niente di grave: qualche escoriazione, e una distorsione alla caviglia. Un prezzo leggero, se confrontato al mistero che ho potuto osservare: non capita a tutti di veder vivere la montagna, e di sopravvivere per raccontarlo.