Il Viaggio Sotterraneo - estratti dal libro...

«Buongiorno», mi disse, «sei nuovo di quaggiù?»
«Si», risposi rincuorato, «mi sono perso. Conosci la strada per tornare fuori?»
L’uomo rise della grossa.
«Perso? Ma se sei a due passi dal centro città? Vieni, stavo andando proprio lì; ti farò avere un ricambio di vestiti, vedo che i tuoi sono pieni di fango. L’ingresso era stretto, eh?»
«Molto stretto, si. Mi sono quasi incastrato!»
Rise di nuovo, e mi fece cenno di seguirlo mentre imboccava una delle sette porte. Era molto sicuro nei suoi movimenti, come se conoscesse molto bene la zona. Mi disse di chiamarsi Gianluca Spanghero, e di essere originario di Staranzano – «Staranzano della superficie», precisò.
«Il centro città di cui parli… Si tratta di Ronchi?»
«Certo! Ovviamente è la Ronchi sotterranea. Quasi ogni città della superficie ha una corrispondente sotto terra. Molte sono deserte, ma Ronchi dei Legionari è invece molto frequentata, e qualcuno vi abita persino stabilmente. Questa mattina al mercato c’erano addirittura quindici persone!»
Strano concetto di “molto frequentata”! Chiesi a Gianluca Spanghero che cosa l’avesse portato qui sotto. «Sono un commerciante» disse. «Compro e rivendo un po’ di tutto, ma ovviamente, abitando in questa zona, tratto principalmente il burro.»
«In questa Ronchi sotterranea producono il burro?»
«No, non lo producono, lo cavano da una miniera. C’è un giacimento vastissimo, uno dei più grandi del nord-est; praticamente fornisce di burro tutto il Friuli Venezia Giulia.»
Guardò divertito la mia espressione perplessa, poi mi chiese: «Non crederai davvero alla favoletta del burro che si fa col latte di mucca, vero? Pensaci un po’: se fosse così il burro costerebbe molto, molto di più rispetto a quanto lo paghi ora!»
Rimasi senza parole; lui continuò: «Il prezzo del burro al mercato sotterraneo è bassissimo. Siamo noi mercanti che abbiamo messo in giro la leggenda del burro di latte, per poter mantenere un buon margine di profitto. È straordinario quanta gente ci creda!»
Pur in mezzo a tutte le stranezze che mi erano capitate oggi, questa era la meno credibile; ma poi passammo proprio davanti alle miniere di burro, e potei anche ammirare i minatori all’opera.
Scaldavano con un piccolo fuocherello delle lame in bronzo molto grandi, e poi con esse tagliavano le pareti di burro a grossi quadrettoni. «Quello è il burro di prima qualità, detto di “primo taglio”», mi spiegò il signor Spanghero. I residui, attaccati alla roccia madre, vengono fatti squagliare con delle fiaccole; si raccoglie poi il liquido che viene filtrato e risolidificato – è un burro meno buono, chiamato “burro di fiamma”, che viene di solito destinato al mercato russo.


Dopo aver ricevuto il denaro, volli vigliaccamente liberarmi del senso di colpa per aver rubato l’oro d’un morto, confidando al mercante i miei scrupoli calpestati.
«Non preoccuparti!» mi rispose lui. «Ti racconterò una storia, che mi aveva raccontato da giovane mio nonno; anche lui aveva passato lunghi anni a fare il mercante nel sottosuolo.
«C’era una volta un ragazzo; era giovane ma povero, ed anche lavorando duramente riusciva a malapena a mantenere la moglie e suo figlio.
«Quando la moglie restò incinta una seconda volta, egli si disperò: come avrebbe fatto a sostenere un’altra bocca da sfamare?
«Una notte si decise: andò al cimitero, spezzò le lapidi della tomba di famiglia più riccamente ornata di tutte, e prese con sé tutto ciò che avrebbe potuto rivendere: non solo gli ori, ma anche le scarpe ed i vestiti che erano ancora in buono stato!
«Con suo stupore, non fu assalito da anime morte o fantasmi, e nemmeno dai rimorsi: vendette tutto in un paese lontano da casa, e sparì alcune settimane dalla circolazione, in attesa che si calmassero le acque.
«E dopo il clamore generale e la facile indignazione, la gente dimenticò velocemente l’accaduto. L’uomo poté tornare a casa, ed ebbe denaro a sufficienza per tutta la famiglia per un bel periodo.
«In seguito l’uomo prese l’abitudine di razziare le tombe dei più ricchi ogni qualvolta ne avesse bisogno; ma mai con ingordigia, e sempre con accortezza, cambiando ogni volta città e zona.
«Così passò agiatamente la sua vita, e riuscì anche a mettere da parte qualcosa per la vecchiaia.
«Ma venne il tempo anche per lui di morire; ed anche se non era mai stato colto dai rimorsi, prima di rendere il respiro pensò: “Ecco, ora conoscerò la mia punizione”.
«Giunse in Paradiso, e il nostro Signore Gesù Cristo gli disse: “Sei in Paradiso, perché la verità è che l’Inferno non esiste; ma avrai comunque una punizione per aver derubato le tombe di chi è morto prima di te: sarai condannato a rimanere completamente nudo, per tutta l’eternità della tua nuova vita!”
«Il Salvatore scomparve, ed il ladro si trovò tutto nudo nel Paradiso. Ma con sua sorpresa, guardandosi attorno scoprì che anche tutte le altre persone lì presenti erano nude: il paradiso era un bellissimo prato pieno di meravigliosi fiori profumati, e ricolmo d’una luce splendente che scaldava la pelle ed i cuori; lì non c’era certo bisogno né di gioielli né di vestiti!
«Ah, il nostro Signore è infinitamente buono, troppo buono per questo mondo!»
Verso il finale la voce del mercante tradiva notevolmente una forte commozione. Ero imbarazzato: non sapevo come rispondere a quello strano racconto, che era partito come una macabra fiaba ed era finito con una sorta di professione di fede alquanto eterodossa.


Il conte diede ordine di disperdere la folla, e rimase da solo col larice fasullo. Forse fu in quel momento che cedette alla follia: per quanto stravagante e malinconico, egli non era mai stato d’animo malvagio, e non si potrebbe spiegare il suo empio gesto se non come la conseguenza d’una rottura – un filo della mente spezzato dall’eccessivo peso della tristezza.
Convocò l’orafo e il chimico di corte, e diede loro l’ordine di annerire l’oro del larice.
I due non volevano credere alle loro orecchie: rendere nero l’oro è uno dei peggiori crimini di cui si può macchiare un uomo. Pregarono e scongiurarono il loro signore di esentarli dal portare a termine tale efferato ordine; ma lui fu irremovibile, e aggiunse anche, con un tono freddo e distaccato, che si sarebbe assunto lui tutte le conseguenze morali e mistiche del contagio.
L’oro nero si crea ungendo l’oro con una miscela di mercurio e zolfo; non quelli dei filosofi, si intende, ma quelli vili, del volgo. Il mercurio, che è il veleno del serpente, lo indebolisce, mentre lo zolfo, che è il sangue della capra, lo perverte. L’oro nero è grasso ed opaco, maleodorante, duro e pesante – una sostanza repellente e disgustosa.
Non bastò che una piccola miscela di quel sangue nero minerale per ammorbare l’intero albero. L’oro nero contagia con la sua malattia tutto l’oro che tocca; perciò fu sufficiente pervertire la base del tronco, e la perdizione si allargò gradualmente al resto dell’albero, fino a marcirlo completamente.
Il larice d’oro nero è rimasto qui: non un monumento alla natura, ma un monito di quanto sia rischioso abbandonarsi alla malinconia ed alla nostalgia.


Al centro della sala c’era una gigantesca muraglia di carne, una torre di muscoli a vivo, senza pelle, solcata e sorretta da tendini; tutto attorno c’erano sette enormi formazioni ossee, che componevano una sorta di scheletro strutturale dell’intero edificio. Edificio o essere vivente? Mi ripugnava usare entrambe le parole per quella cosa. Forse era più giusto il termine mostro, eppure c’era un qualcosa di sacro e religioso che in qualche maniera strana e perversa riusciva a redimere quello che altrimenti sarebbe stato un vero e proprio abominio.
Fui avvicinato da un ragazzo vestito di nero; mi disse di essere una guida autorizzata, e mi avrebbe scortato all’interno della cattedrale gratuitamente, anche se un’offerta spontanea era ovviamente molto gradita.
Ero curioso, certo, ma anche spaventato; forse una persona sana di mente avrebbe fatto un’offerta pur di esser esentato da una simile visita!
«La cattedrale sarà intitolata a Santa Margherita d’Antiochia», mi disse la guida – «Come la santa fu divorata dal drago, così la terra divora gli uomini. Ma così come la santa è uscita dal ventre del drago usando la croce, allo stesso modo faremo noi, usando la fede e la scienza per portare la luce della parola di Dio nel sottosuolo. Grazie a questo monumento al Creatore, porteremo finalmente il cielo sottoterra! E quando sarà completata, inizieremo finalmente a costruire la prima chiesa biologica della superficie! L’umanità capirà finalmente che la scienza non si oppone alla fede, ma anzi le è amica e serva. Vede, oltre ad essere un eminente biologo ed un artista dell’architettura, Giancarlo Maraschini è prima di tutto un uomo di Dio. E senza l’aiuto di Dio, nemmeno lui sarebbe riuscito a raggiungere simili risultati! Sa, egli non usa i tradizionali metodi scientifici per manipolare il DNA, ma lo cambia sgranandolo come se fosse un rosario.»
«Intende dire che lo cambia con le sue stesse mani?»
Mi guardò come se avessi detto una bestialità.
«No, con la preghiera, si intende!»
Entrammo attraverso il portone principale. Era una sorta di bocca dall’arco ogivale, un arcata di muscoli simili ai labbri d’una bocca; dietro di essi si vedevano spuntare i denti sottili ed aguzzi. La bocca era tenuta aperta da una solida impalcatura in ferro battuto, a metà fra un’inferriata ed un dilatatore chirurgico. Per fortuna sembrava molto solido. Ebbi un brivido all’idea che potesse cedere: non avevo nessuna intenzione di morire masticato vivo dalla porta di una chiesa!
Il pavimento era molle e morbido, roseo. L’aria dentro era umida e calda, tuttavia non puzzolente come ci si sarebbe potuto aspettare; era un odore muschiato, carnale ma non spiacevole.
La guida mi indicò il soffitto; l’enorme sala organica era attraversata in alto per il senso della lunghezza da un enorme colonna dorsale. Dalle sue vertebre partivano delle lunghe costole, che formavano una grandiosa arcata a sesto acuto, di chiara ispirazione gotica.
Alla fine della sala le costole si restringevano per unirsi fra loro alla base; una sorta di sterno formava una riva nella quale erano stati intagliati manualmente degli scalini.
Lì la grande stanza della chiesa si chiudeva, raccogliendosi in una sorta di intimo abside. Al centro c’era una massa rossa, un globo caldo e pulsante, un battito vivo e primordiale, un urlo di vita antico fattosi ritmo.
«Quello è il cuore della cattedrale», mi disse la guida mentre io lo guardavo senza parole.
«È il cuore dell’intero edificio, ed al contempo è l’altare su cui verranno ufficiate le messe non appena i lavori saranno conclusi. Capisce che simbolismo meraviglioso?»
Era troppo anche per me. Gli diedi un’“offerta spontanea” e mi allontanai, prima camminando e poi a passo spianato, via da quella pazzia, il più lontano possibile da quel tanfo di morte in cui si univano fede e scienza nella maniera più perversa possibile.
Camminai finché non mi cedettero le gambe, e poi mi abbandonai al sonno. Ebbi incubi tremendi per tutta la notte, ma grazie a Dio non ne ricordo nemmeno uno.

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