Alchimia dei simboli - estratti dal libro...

Vieni, entra: fuori è buio e tira un vento freddo; siediti vicino al caminetto, ti offrirò una tazza di vino caldo speziato.
Vedi com’è facile penetrare nei misteri? Basta bussare, è sufficiente chiedere d’entrare. Oltre la soglia aperta non troverai un Cerbero alla gelosa guardia dei suoi segreti, ma un vecchio come me, ansioso di condividere i propri tesori e le proprie meraviglie. Fra un po’ si scatenerà la bufera; ma qui siamo al sicuro, e dato che sei venuto apposta da così lontano, passeremo assieme la notte, studiando l’Opera dell’Alchimia.
Oh, dismetti quella faccia sospettosa e diffidente! Come puoi penetrare un segreto se ti rifiuti d’entrarvi? La chiave dell’Arte è l’ingenuità!
Sei mai stato a teatro? Non c’è niente di vero: i personaggi sono
attori, i loro volti sono maschere e le loro vesti sono costumi; le loro armi sono di cartone dipinto! Eppure le vicende che essi rappresentano riescono a muoverci l’anima, infiammandola d’amore, portandola nel buio della disperazione, facendole conoscere la luce della gloria o la cenere della sconfitta, la brace dell’amicizia o il veleno dell’invidia.
Immagina ora uno spettatore che durante tutto il tempo dello spettacolo continui a ripetersi: «Non è vero niente! È solo finzione! Il protagonista non è realmente morto, pugnalato da suo fratello, ma sta solo recitando!»
Un simile comportamento sarebbe ben stolto! Grazie ad un tale distacco egli sarebbe affrancato dall’influenza che la recita ha sul resto del pubblico: ma che ci è venuto a fare, allora, a teatro? Si può ben dire che egli ha buttato via i soldi del biglietto.
Perché possa funzionare l’Alchimia dei Simboli che mi accingo a spiegarti, è necessaria un’ingenuità simile a quella dello spettatore commosso dalla rappresentazione.
Il principale cardine segreto della mia Alchimia è infatti la mescolanza di spirito e materia; è un coinvolgimento simile a quello dello spettatore di teatro, che mescola la sua anima impalpabile ed invisibile allo spettacolo sensibile della compagnia d’arte.
Il maggior ostacolo ad una tale partecipazione è la paura: si resta distaccati perché si teme che il coinvolgimento sia troppo intenso. È una difesa legittima: si crede di esser troppo deboli per poter nuotare fra le onde vigorose dei sentimenti, delle idee, dei pensieri. Ma la verità è che quelle forze sono sempre presenti nella tua anima, e da lì dentro ti muovono e ti spingono senza che tu possa vederle. Puoi scegliere di non affrontarle, puoi volgere altrove lo sguardo per far finta che non esistano: ma la verità è che continueranno a muoverti, e tu non sarai certo esente, ma soltanto ignaro di tale influenza. Ma non devi temere; certo, le forze nascoste nell’anima possono esser a volte simili a bestie feroci! Ma io ti insegnerò come avvicinarti a loro, come parlarci e come trattarle: scoprirai allora che non sono guardiani infernali, ma custodi pronti a condividere i propri tesori e le proprie meraviglie a chi è disposto a chiedere.


L’Albero è l’Opera meravigliosa della natura; nasce, cresce, muore e rinasce da sé, spontaneamente, e nel corso della sua vita unisce la terra al cielo, bevendo dell’acqua delle profondità e nutrendosi del fuoco della luce solare.
In laboratorio l’Albero significa che è necessario astenersi assolutamente dall’influire su una specifica reazione della materia: devi lasciare che la natura faccia il suo corso spontaneamente, senza toccarla - per quanto possa esser sapiente, la mano dell’uomo resta goffa se paragonata ai sottilissimi equilibri della natura, e rischierebbe di rovinarli alla stessa maniera in cui un porco intorpidisce di fango la pozza in cui si abbevera.
La materia corrispondente all’Albero è l’anima vegetativa, che non può essere né creata né attratta dall’arte dell’uomo, ma solamente concessa dalla misericordia divina.
Il sole tocca con la sua luce la terra nera, e questa concepisce nel suo grembo profondo i metalli. Nel corso della gestazione, che dura interi eoni, l’embrione metallico matura: prima piombo, poi stagno, quindi ferro e di lì argento, poi rame e poi ancora mercurio, fino a divenire finalmente oro. Quando il metallo diventa oro, è pronto per nascere, per esser raccolto come il frutto dal ramo d’un albero.
Ma la vita dell’uomo è breve, brevissima se confrontata con le ere mostruosamente lunghe del processo naturale; ecco dunque che l’uomo si dispera perché non riuscirà a vedere il completamento dell’opera.
Così lo prende la furia, e sotto il cattivo consiglio della fretta escogita mezzi artificiali per affrettare l’opera naturale.
“Ciò che la natura lascia imperfetto, lo completa l’arte”, dice un vecchio adagio alchemico.
Ma la natura non lascia niente d’imperfetto: si tratta semplicemente di processi ancora in corso, che devono ancora terminare; ma durano talmente a lungo e sono talmente lenti che l’uomo, dal suo fugace punto di vista, nemmeno si accorge di loro.
Immagina un essere che vive solo un’ora; ha davanti a sé una chioccia che cova le uova, e non sa darsi pace perché quando il pulcino verrà alla luce lui sarà già morto da tempo.
Ma invece di rassegnarsi, egli ruba l’uovo alla gallina, e lo pone nell’acqua bollente, sperando che questo fuoco più violento possa portare a compimento la maturazione del pulcino prima del lieve tepore della cova.
Come avrai capito, quell’effimero e frettoloso alchimista non otterrà un pulcino, ma al limite un uovo sodo: è saggezza, questa?
Forse il più grande insegnamento dell’Alchimia - e forse anche il più difficile da digerire - è che l’Artista deve imparare la pazienza e l’umiltà. Si dice che i più saggi fra gli alchimisti siano anche i più oziosi ed inoperosi: a che serve infatti il loro lavoro, se la natura lo svolge comunque, e infinitamente meglio?
Prendi ad esempio tutti gli alchimisti che desiderano migliorare l’Uomo stesso: tentativo dopo tentativo, ogni loro sforzo fallisce, perché non si può far maturare un frutto prima della sua stagione senza rovinarne il gusto. Uno dopo l’altro si arrendono: tramite il fallimento acquistano l’umiltà per capire che l’Uomo migliorerà da solo, lentamente, nei secoli o nei millenni, passando necessariamente per fasi misere ed ignobili, allo stesso modo in cui un frutto, prima di esser pronto, attraversa per forza una fase in cui è acerbo.


Cos’è dunque un guscio? È un irrigidimento, un indurimento d’una forma attiva, che può essere tanto una protezione quanto una sclerosi.
La nostra pelle è un guscio: ci protegge e ci separa dal mondo esterno, permettendoci di distinguerci da esso, di essere individui distaccati dal resto della realtà; ma in determinate condizioni la nostra pelle può farsi dura e spessa come corteccia, che non solo ci impedisce ogni contatto con quel mondo esterno di cui pur abbiamo bisogno, ma che limita e blocca i nostri stessi movimenti.
Un altro guscio ancora è l’abitudine; è simile ad un poderoso argine che incanala e doma la corrente viva dell’acqua, dandole una direzione da cui non può sterzare; ma troppo facilmente diventa un muro soffocante, una stretta prigione. Persino il caldissimo spirito dell’Amore si raffredda se incatenato in quel modo, e corre il rischio di morire d’asfissia.
Anche la parola viva si calcifica, irrigidendosi nella forma immutabile del libro: il racconto diventa storia, ed il passato non è più libero di dissolversi, ma rimane fissato nella carta, facendosi pesante ed ingombrante, se non insopportabile.
Prendi con una pinza d’argento la brace di larice, e lasciala cadere su un libro; in pochi secondi vedrai la carta sbuffare fumo, per poi esplodere in una liberatoria e distruttiva fiammata.
È tutto qui? il calore d’un momento, un fuoco troppo breve per scaldarsi, e poi soltanto cenere? Dove sono finite le parole, le frasi, i precetti del libro? Nemmeno l’occhio più fine riesce a scorgere le lettere stampate mentre si liberano nell’aria, tanto sono frammiste al greve fumo della carta.
Eppure pare impossibile che le idee possano venir distrutte da un fuoco: dove finiscono, dunque?
Immagina la parola creatrice come una sorgente: sgorga incessantemente, fresca e vitale, anzi - viva. L’acqua che esce dalla terra nera si espande in ogni direzione, libera; ma ben presto forma una pozza, e seguendo le inclinazioni del torrente, si incanala in un ruscello: è il primo guscio, ancora tenero e flessibile.
Per varie forme e attraverso vari argini il ruscello cresce fino a diventare un fiume, per poi sfociare nel mare.
Anche il mare è vivo, è animato da forze che si scuotono in onde e maree. Ma la sua acqua è confinata senza scampo - una prigione enormemente vasta, certo, ma resta il fatto che il mare non riesce a oltrepassare il limite segnato dalle spiagge e dalle coste.
In maniera simile la parola creatrice è prigioniera di un libro: non è morta, certo, ma è chiusa in una gabbia sottile quanto un foglio di carta. Forse è una precauzione che l’uomo prende per non scottarsi col fuoco delle idee: chiudendole nella carta può leggerle, studiarle ed esaminarle, senza il rischio di venirne contaminato. Se un uomo ci parla con convinzione, siamo come uomini di paglia al suo fuoco ideologico; ma se la stessa idea ci parla da oltre la carta d’un libro, ne siamo al sicuro, come se stessimo osservando una belva feroce rinchiusa dentro una gabbia.

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