Ufficio Magico - estratti dal libro...

«Qual è il tuo segreto?»
Che domanda indiscreta! Era uscita dalla mia bocca in un attimo di distrazione, quasi contro la mia volontà, ed al sentirmela dire arrossii di vergogna.
«Se lo dicessi a chiunque non sarebbe un segreto!» - disse ridendo - «Ma sei il primo in tanti anni che ha il coraggio di chiedermelo, quindi voglio dirti il mio segreto, l’arte a cui ho dedicato la mia vita e grazie alla quale ho scongiurato ogni insidia, raccogliendo soddisfazioni e raggiungendo ogni traguardo che mi fossi imposto: la Magia!»
«Magia?» ...avevo sentito bene? Forse era una metafora, un modo di dire... rimasi a fissarlo con sguardo interrogativo.
«Proprio la Magia, l’arte e la scienza di piegare la realtà secondo la propria volontà, di usare le forze naturali e sovrannaturali per perseguire i propri scopi!»
Non sapevo come comportarmi: sembrava uno scherzo ma la sua faccia era talmente seria e convinta da non lasciar alcun dubbi sulla sua sincerità; mi scappò una risata nervosa ed imbarazzata.
«Sembra stano, vero? Se ne parla tanto e se ne dicono tante di quelle cose che solo pochi, pochissimi la conoscono veramente! Si tende a pensarci come ad un illusione, ma la Magia è invece una cosa molto pratica, ed è facile convincersi che essa funziona a meraviglia!»
Evidentemente dalla mia faccia traspariva l’incredulità, così continuò:
«Dimmi, sei fidanzato?»
«Si...»
«Hai qui una foto della tua ragazza?»
Mi fece cenno di dargliela, tendendo verso di me la mano aperta; presi la foto dal portafoglio e gliela diedi con una certa esitazione interiore, quasi controvoglia.
Bruno prese la foto e la mise su un foglio bianco, un normale foglio A4. Ci tracciò attorno un cerchio rosso con un pennarello a punta grossa e infine prese qualcosa da un cassetto della sua scrivania: un piccolo teschio d’argento annerito dall’ossido, grande poco più di una noce; aveva due piccole pietre nere al posto degli occhi e incisa sulla fronte una croce la cui parte inferiore era appuntita, mentre quella superiore ricordava l’impugnatura d’un pugnale. Al solo vederlo mi corse un brivido lungo la schiena.
«Mi lasceresti posare questo teschio sulla foto della tua ragazza?»
«Cielo, no!»
«Perchè?»
Beh... non sapevo perchè! Esitai un istante e poi ammisi, più a me stesso che a lui: «Ho paura che porti male...»
«Credi che un giocattolino come questo possa far male alla tua ragazza tramite la sua foto?»
«No, non lo credo...»
«È qui che ti sbagli: tu SAI che non è possibile, che una cosa simile non funzionerebbe e che alla tua fidanzata non ne verrebbe alcun male: ma una parte di te, nel profondo del tuo animo, ci crede fermamente e reagisce di conseguenza! Così vale per la Magia: sappiamo che non funziona, ne siamo convinti, eppure funziona!
La razionalità e la logica sono solamente una patina esteriore con cui copriamo e nascondiamo le profondità irrazionali della nostra mente. Razionalità e logica sono due ottimi modi di vedere il mondo, di venire in contatto con la realtà e conoscerla; ma basta il minimo imprevisto, la minima minaccia e la luce della coscienza scompare come il sole dietro una nuvola nera.
Immagina una conferenza di professori d’università, ricchi del loro sapere e compassati nel loro mondo scientifico e culturale; ora immagina che un incendio scoppi improvvisamente in quella sala: vedresti scomparire in un istante ogni consuetudine sociale, ogni conoscenza scientifica, ogni convinzione morale, per far posto al panico, all’istinto di auto-preservazione e a tutte le altre forze primordiali assopite nel loro sangue!
È facile esser scettici e non credere alle forze della Magia quando tutto va bene e si è al sicuro da ogni pericolo. Guarda il tuo caso: è bastata la minaccia simboleggiata da un teschio a far vacillare le tue sicurezze!»


«La cravatta è ben più di un capo di vestiario: è un importante e potente simbolo! È un cappio che porti volontariamente al collo, un segno di sottomissione: basta che qualcuno la tiri con forza per poterti soffocare. Conosci la storia di come Fenrir sia stato catturato?»
«Chi?»
«Fenrir era un enorme e mostruoso lupo, della mitologia dei paesi del Nord. Non un grosso lupo qualsiasi: Fenrir aveva una voracità enorme, la sua bocca poteva spalancarsi dalla terra fino al cielo; era capace di divorare gli stessi dèi! Lasciarlo libero avrebbe comportato un pericolo troppo grande, così gli dèi decisero di imprigionarlo, legandolo con l’inganno. Lo strinsero con una catena robustissima, ma Fenrir la spezzò senza troppi sforzi. Gli dèi riprovarono allora con una catena ancora più spessa e forte, ma anche questa cedette subito sotto la forza immane del lupo.
Gli dèi allora commissionarono agli elfi oscuri del regno di Svartálfaheimr una catena magica. Questi la costruirono usando il rumore del passo del gatto, la barba di donna, le radici d’una montagna, i tendini d’ un orso, il respiro di un pesce, e la saliva di un uccello. Terminato il lavoro gli elfi oscuri consegnarono agli dèi un elegante e raffinato nastro di seta. Per quanto sembrasse fragile e sottile di fronte ai muscoli del lupo, Fenrir non riuscì a liberarsi di esso nemmeno facendo ricorso a tutta la sua forza, e restò imprigionato da quel momento fino alla fine dei tempi.»
Pensai alla mia cravatta - era proprio di seta! E per questa catena avevo anche pagato profumatamente!
«Quindi la cravatta serve per tenermi imprigionato?»
«Serve per tenere a freno il lupo che è in te. Imparerai che creare legami e nodi è una parte importantissima della Magia; ed ugualmente importante è saperli sciogliere. In fondo sarebbe facile recidere il vincolo che la cravatta rappresenta, ma rischieresti di lasciar libera quella bestia pericolosa e distruttiva che adesso è in catene dentro di te. E non è certo l’unico pericolo che correresti; andresti in contro a perdite ben più gravi.»
«E vero. Senza cravatta mi sentirei ... nudo, come se mancasse una parte importante di me.»
«Di te?»
«...del mio personaggio pubblico.»
«Ogni simbolo ha un duplice aspetto. La cravatta è un collare per tenerti a bada, certo: ma è anche un simbolo di virilità, un richiamo alla sessualità maschile codificato per poter apparire in pubblico senza tuttavia destare sconcerto. Ricorda quel che ti dicevo: bisogna mandare il messaggio ma non far capire che stai mandando il messaggio. Quel che faremo è lavorare su questa ambiguità del simbolo: ne amplieremo la polarità virile, attiva, così da eclissarne la parte passiva che rappresenta il controllo.


Alla fine osservò il lavoro con aria soddisfatta; mi disse: «Molto bene, con questa disposizione anche la gestione dei territori sarà molto più facile.»
«Territori... Che parola animalesca! Mi fa venire alla mente una guerra fra tribù d’oranghi, per dividersi le zone migliori della jungla.»
«Non è del tutto sbagliato: c’è molto di “animalesco” nella gestione degli spazi dell’uomo moderno. Ma vedi: in realtà l’orango è un animale solitario ed i maschi si ricavano un territorio personale, solo per sè stessi. Ed anche l’uomo, che pure si ritiene un animale sociale, si comporta in maniera simile.»
«Anche l’uomo è solitario?»
«È uno dei mille paradossi dell’uomo: più viviamo in città affollate, più a stretto contatto siamo con altri uomini, e più il comportamento è solitario. Se lungo un sentiero di montagna ti capita d’incontrare un altro escursionista, di solito lo saluti, vero?»
«Si, certo... Non salutarlo sarebbe maleducazione.»
«E se magari lo incontrassi sulla cima d’una montagna sperduta, lontana dalla civiltà, ci scambieresti quattro chiacchiere, magari diventereste anche amici.
Guarda ora cosa succede nelle nostre città stipate di persone: sali su un autobus, o su un tram gremito di pendolari e non saluti nessuno. Non è maleducazione questa?»
«No... nessuno si saluta sul tram.»
«Non solo: ognuno sul tram fa di tutto per limitare la propria presenza e per negare a sè stessi l’esistenza di altre persone, proprio come il proverbiale struzzo che infila la testa nella sabbia! Osserva come le persone tengano la testa chinata e gli occhi bassi sul tram, come se il pavimento fosse la cosa più interessante del mondo! Ho visto gente guardare fuori dal finestrino della metropolitana come se fuori vi fosse un bel paesaggio! Perchè pensi che costruiscano vagoni con i finestrini per un mezzo che si sposta in buie gallerie sotterranee? Proprio per dare ai passeggeri un modo in più di evitare il reciproco contatto oculare!»
«Comprendo ciò che vuoi dirmi. Però la cima d’una montagna ed un tram affollato sono due situazioni limite. Come funzionano i territori nella vita di tutti i giorni?»
«Ci sono più tipi di territorio, corrispondenti alle varie gradazioni di intimità percepite. Quello più vicino al cuore dell’uomo, sacro ed inviolabile, è il suo stesso corpo; il suo confine è la pelle e non c’è bisogno che ti racconti quanto rare siano le occasioni in cui un uomo lascia che questo confine venga valicato. C’è il contatto di tipo sessuale, che viene strettamente limitato a determinate persone e determinati periodi ed occasioni, ed oltre a ciò è protetto da un forte tabù sociale. Ma ci sono anche le intrusioni per scopi medici: una puntura, un operazione, o una visita di controllo con una sonda - pensa con quanta riluttanza e fastidio inconscio lasciamo che il dentista ci infili in bocca i suoi arnesi!
Uscendo dalla pelle c’è la sfera intima. Questa si espande per un raggio che può variare - in base alla persona ed alla cultura in cui è cresciuta - da 10 centimetri ad alcuni metri.
Siamo già meno selettivi riguardo alle persone da ammettere in questo spazio; comunque difficilmente lasceresti fare se un estraneo, o anche un conoscente con cui non hai granché confidenza, venisse a darti una pacca sulla spalla, o abbracciarti, o sussurrarti nell’orecchio.
I contatti che avvengono in queste due sfere sono molto importanti per la magia: vengono percepiti in maniera intensa ed amplificata, e da ciò deriva un efficacia tremenda dell’atto magico che le tocca. Gli incantesimi che agiscono nella sfera corporea sono talmente potenti da esser proibiti.
Poi - ed è quello che ti insegnerò a gestire ora - c’è il territorio sociale.
Inizia lì dove termina la sfera intima e si estende in genere fino ad una decina di metri; in spazi chiusi lo puoi considerare pari alla stanza in cui ti stai trovando.
In questo campo vengono accettati non solo gli amici ma anche persone sconosciute. Tuttavia non è affatto un terreno neutro: ogni territorio sociale ha un padrone, e chi vi entra soggiace automaticamente alla sua sfera di influenza.
Se tratti d’affari in un bar, o in un luogo in cui nessuna delle controparti è il padrone, il rapporto può avvenire alla pari; ma se invece tratti negli uffici del tuo partner d’affari parti con un svantaggio di soggezione psicologica che può finire per metterti in loro potere.


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