Labirinto interiore




Labirinto Interiore è una fiaba per adulti che hanno perso l'anima. E' una storia in cui l’incanto non è una fuga dalla verità, ma è anzi la ricerca di una soluzione che il mondo non riesce a darci.


La sensazione di non appartenenza e l’angosciosa mancanza di significato che molti avvertono nella propria vita ed in ogni cosa che ci circonda sono due diffusi sintomi della moderna perdita dell’anima. L’idea è antica, e può sembrare ormai relegata al passato, tuttavia la sua importanza è tutt’ora vivissima.

I sintomi della perdita dell’anima, così diffusi nella nostra società, rimandano ad un male più profondo, una dolorosa frattura nell’essenza stessa dell’essere umano, che oggi è più attuale che mai.




"Iniziò come una vibrazione appena percettibile, ma crebbe velocemente nel ritmo incalzante di un cavallo al galoppo. L’eroe mi si parò di fronte all’improvviso, scendendo con un balzo dal suo cavallo bianco, elegantemente adornato da un drappo azzurro e ricamato d’oro.
Il cavaliere si tolse l’elmo per farsi il segno della croce. Rimasi senza parole: mi sembrò di essere di fronte ad uno specchio. Il paladino aveva il mio stesso volto: i lineamenti, l’espressione, lo sguardo, ogni dettaglio era in tutto e per tutto identico. L’unica differenza era quella sorta di chiarore che sembrava illuminarlo da dentro. Il mio viso già da tempo era adombrato da un’amara consapevolezza, ed ora si era ormai incrinato in una confusa oscurità. L’eroe invece era risoluto e convinto, sapeva ciò che doveva compiere e sapeva bene come l’avrebbe eseguito. Mi illusi che mi avrebbe aiutato a scoprire chi ero, o per lo meno cos’ero diventato.
«Chi sei? Sai chi sono?»
«Sei un vile drago, e fra poco morirai. Non ti serve sapere chi sono.»
Sguainò una spada, e la puntò verso di me. I suoi occhi non tradivano la minima traccia di pietà o di compassione. Che colpa avevo commesso, per meritarmi tanto odio?
Il cavaliere credeva fermamente di essere dalla parte del bene, ed era altrettanto convinto che io fossi un’incarnazione del male, ma evidentemente c’era un equivoco. Nel petto sentivo la paura mescolarsi alla collera. Cercai di farlo ragionare: «Aspetta, ti stai sbagliando, non sono un drago.»
Questo, almeno, è quel che avrei voluto dirgli. Quando aprii la bocca, dal profondo mi salì invece un urlo ancestrale, un ringhio così cupo che pareva provenire direttamente dagli inferi. Il guerriero accettò la sfida, e balzò verso di me, menando un fendente con tutta la sua forza.
"



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