Guerra alla Dea Madre! - estratti dal libro...

Arrivammo ad una radura, un bel prato fiorito al limitare del bosco. Restammo ad osservare nascosti dagli ultimi alberi, senza uscire allo scoperto. Con mia grande sorpresa vidi due donne, completamente nude, che stavano ballando attorno ad una grande pietra liscia, simile ad un enorme altare naturale. Una era giovane, non molto alta ma con un corpo molto sensuale su cui ricadevano i lunghi capelli biondi, crespi ed intrecciati di foglie e di rami, e fiori ormai secchi. L’altra era più anziana, seppur non ancora vecchia; i suoi seni ed i suoi fianchi erano più cadenti, ma non repulsivi alla vista. Anche lei aveva i capelli molto lunghi, d’un nero intenso come la notte; sulla punta di alcune ciocche erano legate alcune penne d’uccello molto grandi. Lo feci notare a Uroš, e lui mi disse sussurrando che si trattava di penne di civetta.
La pelle pallida e bianca delle due donne era completamente macchiata di sangue, sui polsi e gli avambracci, e dalla vita in giù. Osservai il loro barbaro rituale: si strappavano la pelle dei polsi a morsi, per bagnare copiosamente di sangue la tavola dell’altare. Sull’altare c’era inciso questo disegno:



Capii subito che si trattava di una primordiale immagine della Dea. Le due donne le stavano donando la loro forza, la loro vita, e ben presto avrei capito lo scopo del loro rituale. Ma in quel momento non riuscivo a staccar gli occhi da loro. Erano così belle e sanguinarie, naturali e crudeli: parevano parte stessa della natura, due gigli rossi in mezzo al prato fiorito. La loro frenetica danza senza musica si faceva sempre più veloce ed esasperata, e nell’agitare le braccia spandevano attorno il loro sangue, senza più alcun freno, come una fontana di rugiada rossa. Giunti al culmine dello spasimo si accasciarono al suolo, esauste.
Il cielo ora era nero, completamente nero; più nero del cielo notturno. Quando era diventato così? Tornai con gli occhi alle due donne: tenevano la mano destra sulla pietra, e guardavano verso di noi ridendo, con l’espressione vacua di un assassino che non comprende il crimine che sta compiendo.
Ora anche la terra era nera; formava un tutt’uno col cielo, un unico mare oscuro, liscio come la disperazione senza speranza. Soltanto gli alberi attorno a noi erano bianchi, come ossa spolpate dal sole; mani scheletriche mostruose, dalle mille dita ramificate. I rami d’osso si abbassarono verso di noi, come a volerci stringere in mano, e schiacciarci come un frutto maturo. Preso dalla paura e dalla disperazione imbracciai il fucile per sparare alle due streghe: ma al loro posto c’erano soltanto due stelle, come due occhi vivi nella notte morta. Che senso ha sparare ad una stella?


Mi prese il terribile sospetto di essere fuori dallo spazio, in un luogo dove le distanze non hanno senso. Chissà se indietreggiando saremmo tornati all’esterno, o se saremmo rimasti a correre in questo tunnel continuamente uguale ed infinito? Non importa, non restava che proseguire.
Il livello dell’acqua saliva sempre di più, e oltre agli occhi viola mi parve di vedere delle macchie a forma di sorriso, un orrendo ghigno silenzioso.
Col crescere dell’acqua si alzava anche il soffitto della galleria; ad un certo punto giungemmo in un enorme stanza, dove l’acqua si raccoglieva in un enorme lago silenzioso e viola. Non riuscivo a capire quanto il soffitto fosse alto, né la sua forma. Era indistinto ed immenso, come il cielo notturno; le stelle rosse vi tremavano come un coro di candele votive in un cimitero notturno. Sarebbe stato uno spettacolo magnifico, se non fosse stato per quello schiacciante senso di pericolo che gravava sulla nostra anima.
Eravamo ormai immersi fino alla vita, e la corrente aveva preso a spingere sempre più forte. Fummo trascinati nel mezzo del lago; l’acqua era profonda, ed i piedi non incontravano più il suolo fermo: non ci restava che nuotare.
La sala del lago era chiusa, un vicolo cieco - e la corrente ci impediva, per quanti sforzi facessimo, di tornare indietro.
Chiesi al generale cosa intendeva fare. Mi disse di guardare verso il basso: nel centro del lago brillava profonda una luce fredda e dannata. «Non sono certo felice di darvi questo ordine, ma non ci resta altro da fare che nuotare verso quella luce.»
Era la prima volta che vedevo il volto del generale tormentato dal dubbio; anche la forte volontà degli uomini della squadra tuono sembrava vacillare di fronte a quel luminoso abisso.
Non mi restava che prendere l’iniziativa: «Coraggio, andiamo!» gridai, e mi immersi in quel vischioso inchiostro viola.
Appena fui sotto acqua, iniziai a cadere velocemente, come se il mio corpo fosse una pietra; mi ribaltai, con i piedi verso il cielo e la testa verso il fondale. Era io a cadere o era quella luce ad attirarmi? Scesi a lungo, velocemente, anche se non riuscivo a capire per quanto tempo e per quale distanza.
Vedevo dietro di me, in lontananza, il generale e gli altri ragazzi - erano molto più indietro, di almeno una trentina di metri.
Infine raggiunsi la luce: era un altro cielo, luminoso ed azzurro. Quello che nell’acqua pareva il basso ora era l’alto, e riaffiorai alla superficie a testa in su.
Mi guardai attorno: era un magnifico giardino, colmo d’ogni specie di fiori colorati e bellissimi. C’erano alcune case in rovina - parevano molto antiche - le cui pietre erano divorate dall’edera e dal convolvolo azzurro. Attorno ai fiori volavano molte farfalle dei più diversi colori, e dagli alberi cantavano le cinciallegre e i merli.
Anche il generale e gli altri affiorarono a questa superficie rovescia. Fummo immediatamente attorniati da una schiera di magnifiche ragazze, tutte svestite, la loro pelle velata solamente dall’eterea luce di quel posto - pareva quasi fossero apparse dal nulla, come se fino a quel momento fossero rimaste nascoste dietro i fiori...
Ci guardavano ridendo felici fra loro, con espressione timida e curiosa; alcune si tenevano per mano, sussurrandosi di tanto in tanto frasi nell’orecchio con fare ingenuo e malizioso assieme.
Raggiungemmo la riva erbosa del lago; come posai la mano sulla terra ferma si alzò in volo una favolosa nube di libellule rosse.
Mentre salivamo sulla riva le ragazze indietreggiarono, continuando a guardarci: pareva più una scherzosa timidezza che una paura vera e propria. Ad un certo punto si sentì un agitato clamore nelle file più arretrate delle bellissime streghe; il gruppetto di donne si divise in due, lasciando un passaggio dal quale avanzò una donna molto diversa dalle altre. Sembrava essere il loro capo, almeno a giudicare dalla reazione delle altre, carica di riverenza e rispetto.



Tornando passammo davanti alla chiesa del paese, intitolata alla Madre di Dio Misericordiosa, “Presveta Bogorodica Eleusa”.
Il generale ordinò di fermarsi, e mi ordinò di entrare, da solo, assieme a lui.
Mi portò davanti ad un’icona, la Madre di Dio Eleusa. “Misericordiosa” è una parola che non fa onore al termine originale: nella traduzione si perde quella sfumatura di dolcezza e di tenerezza che ben caratterizza l’icona.
Vi era raffigurata Maria, la Madre  del Cristo; i suoi occhi erano quegli stessi che ormai avevo imparato a riconoscere e temere, ma lì erano colmati di una dolcezza incredibile, e al contrario degli spaventosi occhi del drago, dissipavano con la loro benedizione ogni ansia e paura.
Il Figlio di Dio abbracciava teneramente la Madre, posando la sua guancia su quella materna; la divinità toccava l’umanità, il celeste toccava il terreno, un tocco morbido e dolcissimo.
Il generale mi disse: «Come potrei rispondere a parole alla domanda che mi hai posto prima? Ecco, Dio è nato da una donna; ma quella donna, come ogni essere umano, ed ogni cosa nel mondo, è stata creata da Dio.»
Capivo cosa voleva dire, anche se non riuscivo a organizzarlo in un pensiero, in parole; mi bastava guardare l’icona, quegli occhi in cui la tenerezza era così finemente mescolata al dolore.
Restammo in silenzio a meditare su quella santa immagine; poi accendemmo un cero, e ci segnammo col segno della croce. Al quarto tocco non potei fare a meno di pensare alla parte diabolica di Dio, e alla parte mortale della Dea.
Come poteva quel Dio bambino essere un Dio di guerra e violenza? Come poteva quella Dea in carne ed ossa, che dona la luce ad una nuova vita, essere anche la crudele ed insaziabile morte?
Quando uscimmo dalla chiesa domandai al generale: «Ma allora, perché questa guerra?»

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